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La verità che non hai il coraggio di dirti (e che il tappetino conosce già)

5 ott
Tempo di lettura: 7 min

Attenzione: questo articolo non parla di yoga. Parla di quella cosa che sai da anni e che non hai ancora detto ad alta voce, nemmeno a te stessa.


Alla fine non ti darò una risposta. Ti darò la domanda giusta, e ti dirò cosa è successo a me il giorno in cui ho smesso di aspettare che me la facesse qualcun altro.


A ventinove anni si è fermato tutto.

Non in senso drammatico. Nessuna catastrofe, nessuna rottura, niente di cui si possa raccontare una bella storia in un post. Semplicemente: tutto fermo.

Vivevo a Roma da dieci anni. Lavoravo in ufficio. Avevo i miei amici, le mie abitudini, un piccolo cane che condividevo con la mia amica Michela. Visto da fuori funzionava tutto. Era tutto liscio.


Ed è proprio questa la parte difficile da spiegare a chi non ci è passato: non stavo male. Non c'era niente da aggiustare, niente di cui lamentarsi. Solo una sensazione sottile, che tornava sempre alla stessa ora, di solito la sera: questa non sono io.

Non che fossi infelice. Non che fossi nel posto sbagliato. Sentivo che c'era di più.

E non avevo la più pallida idea di cosa fosse.


Avevo fatto tutto quello che si deve fare. A diciannove anni avevo scelto una direzione, e da lì in poi avevo camminato dentro un percorso già tracciato. L'università. Il lavoro. Le decisioni che ti sembrano tue e che in realtà sono la conseguenza logica di una scelta fatta da una ragazza che non sapeva ancora niente della vita, e cioè da me dieci anni prima.

Il problema è che a ventinove anni sei abbastanza grande da sapere chi vuoi essere. Guardi il percorso che hai fatto prima di arrivare dove sei, e quel percorso una direzione te la dà già. Ma è quella la direzione che mi porta verso la versione di me che voglio essere da grande?


Io non sapevo rispondere. E questa è la parte che nessuno ti racconta: quando la mente non sa qual è il passo successivo, anche la realtà smette di muoversi.


Non arrivavano proposte. Non si presentavano occasioni. Non succedeva niente, letteralmente niente. Passavano i mesi e la mia vita era esattamente uguale al mese prima.

Mi svegliavo pensando: ma se continuo in questa direzione, tra due, cinque, dieci anni sarò diventata la persona che sento di voler diventare? I miei sogni saranno realtà, o saranno ancora sogni?


Una specie di attesa senza oggetto. Sto aspettando qualcosa, ma cosa? E il rischio è che arrivi qualcosa di negativo, un imprevisto, e mi scombini tutti i piani. Ma quali sono davvero i miei piani? Il pilota automatico?


Ti sei mai ritrovata anche tu in questa situazione?

Per un po' ho pensato che fosse un periodo storto. Che bastasse portare pazienza. Che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa a scuotermi.

Non è arrivato niente.


E a un certo punto ho capito perché.


Stavo aspettando che cambiasse qualcosa intorno a me. Ma ero io a stare ferma. Se non mi muovevo io, non si sarebbe mosso niente: non c'era nessun altro, in tutta quella vita liscia e ordinata, che potesse farlo al posto mio.


Poi un giorno è cambiato qualcosa. E non è stata una cosa che mi è capitata.

È stata una cosa che ho fatto io.

E non è stata magia. È stata una decisione.

Se non scegli tu, o sceglieranno gli altri per te, o non succederà mai niente.

Ci ho messo anni a capire che quella paralisi non era sfortuna e non era nemmeno depressione. Era assenza di direzione. E la direzione non è una cosa che ti arriva. È una cosa che si dichiara.

È esattamente quello che succede sul tappetino, ogni volta.

È l'intenzione che cambia tutto.





Il punto morto non è un fallimento. È una domanda


Quella crisi intorno ai trenta anni non è un capriccio generazionale ed è molto più comune di quanto sembri. Ha una struttura precisa: le scelte che stanno reggendo la tua vita adulta le ha prese una ragazza di diciannove anni, e tu adesso sei un'altra persona.


Non significa che quelle scelte fossero sbagliate. Significa che vanno riaperte, e riaprirle fa paura, perché rimettere in discussione una direzione vuol dire ammettere che potresti aver camminato a lungo una strada che non senti più tua. O semplicemente che chi ha iniziato quel percorso a diciannove anni adesso è cambiata: non sei più la stessa persona, e non hai più le stesse priorità.


Per questo la maggior parte di noi non le riapre. Resta ferma e aspetta. E aspettando si consuma.


Perché quando ti fermi tu, si ferma tutto


Nella mia esperienza succede una cosa quasi meccanica: finché non sai cosa vuoi, non riconosci l'occasione nemmeno quando ti passa davanti.

Non è misticismo, è attenzione. La mente vede quello che ha imparato a cercare. Se non hai dichiarato una direzione, le possibilità continuano ad attraversare le tue giornate e tu non le registri, perché non hai nessun criterio per distinguere un'occasione da un rumore di fondo.


Dal di dentro, però, la sensazione è un'altra: sembra che il mondo si sia dimenticato di te.


Le tre frasi con cui rimandiamo la scelta


Le ho sentite centinaia di volte, in sei edizioni di formazione, da donne diversissime tra loro, sempre con le stesse identiche parole.


“Non sono abbastanza brava.” Tradotto: penso che sia un premio per chi è già arrivata. Ma nessuna arriva pronta. Se arrivassi pronta, non ti servirebbe.


“Non ho tempo.” Quasi sempre vero, quasi mai il vero motivo. Il tempo per le cose che ci spaventano non si trova mai, per definizione. Di questo parleremo per esteso tra due settimane.


“Tanto non voglio insegnare.” E allora? Una parte delle donne che ho formato non ha mai tenuto una lezione in vita sua. Hanno fatto il percorso per sé, per capire il proprio corpo, per rimettere ordine in una fase difficile. Non è tempo sprecato. È l'unica cosa che non ti può essere tolta.


" Non e' il momento giusto" Non e' mai il momento giusto se speri che si allineano tutti i pianeti, quel momento potrebbe non arrivare mai!


Guardale bene: cominciano tutte con un “non”. Sono difese, non risposte.


Scegliere nella calma, non nella paura


Qui c'è la differenza che conta davvero, e ci ho messo anni a vederla.


Si può scegliere per paura: per scappare da qualcosa, per riempire un vuoto, perché tutti gli altri stanno andando da quella parte. Le scelte fatte per paura hanno una caratteristica riconoscibile: sono urgenti, e dopo un po' ti stancano.


Oppure si può scegliere dalla presenza: sapendo cosa vuoi, sapendo soprattutto cosa non vuoi, e restando abbastanza ferma da distinguere le due cose.


Non è un caso che ottobre, nella tradizione, sia il mese della radice. Il chakra Muladhara, alla base della colonna, riguarda la stabilità e il diritto di stare al mondo così come sei. Finché sei in emergenza, sopravvivi e basta. Quando hai una base, cominci a sentire cosa vuoi davvero.


Il lavoro sul tappetino è esattamente questo: imparare a stare nella scomodità senza scappare, abbastanza a lungo da capire se quella scomodità è un limite o è solo paura.


Una pratica per stasera


Non serve il tappetino, servono cinque minuti.

Siediti a terra, non sulla sedia. Appoggia i palmi sul pavimento accanto a te e premi. Senti il peso che scende nelle gambe.


Fai tre respiri lunghi, con l'espirazione più lunga dell'inspirazione. Non contare, ascolta.


Poi scrivi due liste, brevissime. Da una parte: cosa non voglio più nella mia vita. Dall'altra: cosa voglio, anche se mi sembra assurdo scriverlo.


Scrivi la prima cosa che arriva, non la terza. La terza è già filtrata dalla paura.

Non devi farne niente stasera. Deve solo esistere scritta, fuori da te.


Se ti va di fare questo lavoro guidata, ci vediamo a una delle lezioni live della settimana.

Quel giorno non ho fatto niente di eclatante.


Mi sono solo fermata e mi sono chiesta, sul serio, senza sconti: cosa voglio essere? E cosa non voglio più?


E per la prima volta ho risposto. Non a metà, non “vediamo come va”. Ho desiderato una cosa precisa e l'ho detta.


Da quel momento è cambiato tutto, e non perché il mondo sia diventato magico. Perché all'improvviso hanno cominciato ad arrivare proposte, situazioni, incontri. Forse c'erano anche prima e non li vedevo. Ma adesso avevo un criterio, e potevo scegliere: questo sì, questo no.


Ogni cosa che sono oggi, Kalena compresa, è nata lì. Non da un colpo di fortuna. Da un atto di coraggio, che poi è solo una parola grossa per dire: una scelta fatta da me, per me.

C'è un motivo per cui ti ho raccontato questa storia.


Ogni anno, a questo punto dell'autunno, ricevo messaggi di donne che scrivono più o meno la stessa cosa: “forse è una sciocchezza, ma da un po' sento che vorrei capire di più”.

Non è mai una sciocchezza. È il tuo sistema di consapevolezza che si sta ampliando. Quella che chiamiamo crisi è fatta di dubbi legittimi, gli stessi a cui prima o poi arriva chiunque non viva con il pilota automatico.


Avere dubbi e incertezze è un segnale positivo. Mettersi in discussione crea autoanalisi, ti fa aggiustare il tiro, ti fa prendere coscienza che sei tu a giocare da protagonista nella tua vita.


Le scelte le devi scegliere tu, non lasciarle scegliere al sistema. E le scegli in base a chi sei adesso e a chi vuoi diventare.


Un Teacher Training non è solo uno studio. È una scelta che prendi tu, e attiva esattamente quel movimento: scelgo io, per me. Poi ti dà gli strumenti per continuare a farlo, nella calma e non nella paura, nella presenza e non nell'urgenza.


A me ha dato una nuova direzione. Ha fatto sbocciare un semino che era già lì, anche se io lo sentivo solo come un piccolo disagio.

Ed è per questo che ti dico che il tappetino lo sa già. Se vuoi di più, se riconosci che oltre alla tua pratica sul mat c'è dell'altro, allora sei un semino pronto a sbocciare nella direzione giusta.


Non devi decidere niente adesso. Devi solo dirlo ad alta voce a qualcuno che sa ascoltarlo. Prendiamoci mezz'ora e parliamone.


Prenota una call conoscitiva gratuita: https://calendly.com/kalenayoga/call-conoscitiva-gratuita


E se ti va, scrivimi nei commenti: qual è la scelta che stai rimandando?


Namasté

Elena,

Kalena Yoga


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