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I 9 giorni della dea: perché la trasformazione comincia sempre dal buio

3 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

C'è una cosa che nessuno ti dice sulla trasformazione: non comincia quando arriva la luce. Comincia molto prima, in un punto in cui non vedi niente e ti sembra soltanto di stare perdendo tutto.


Nei prossimi nove giorni la tradizione indiana celebra esattamente questo. E la sua struttura, una volta capita, è la mappa più precisa che conosco per attraversare qualunque cambiamento. Io l'ho capita anni prima di sapere che esistesse.


Vivevo a Miami e insegnavo yoga negli hotel: The Standard, il Delano, lo Shore Club. Avevo una casa, una macchina, le mie classi, private, negli sudi ed in hotel. Mi ero costruita una vita pezzo per pezzo, in un posto che amavo profondamente.

Poi ho scoperto che dovevo andarmene. Non alla scadenza del visto, come avevo sempre creduto: un anno prima.

Ricordo la sensazione fisica di quel momento, perché non era paura. Era una specie di crollo silenzioso che per fortuna e' durato solo qualche giorno: tutto quello che avevo costruito, pezzo per pezzo, stava per smettere di esistere. La casa non sarebbe stata più mia. La macchina l'avrei venduta. Le classi le avrebbe prese qualcun altro.


E la parte peggiore non era perdere. Era non sapere.


Non avevo un piano B. Non ne avevo mai avuto bisogno. Tornare in Italia? L'idea non mi ispirava per niente. E allora dove? Ogni volta che provavo a rispondere, non arrivava niente.


Le ondate di ansia arrivavano soprattutto la sera. Non rimanevano a lungo, ma tornavano. E ogni volta mi ricordavo due cose.

🧘‍♀️ La prima: respira.

🧘‍♀️ La seconda: (diciamo il mio mantra da quando ho diciannove anni): tutto ciò che accade, accade perché qualcosa di migliore per te sta per arrivare.


L'universo non ti lascia mai sola. Tu sei parte di lui.


Non è una frase che dicevo per consolarmi. È una frase in cui credevo davvero, anche mentre non avevo la più pallida idea di dove sarei andata a dormire tre mesi dopo.

E infatti la parte buia è durata poco. Non settimane, non mesi: due o tre giorni.


Un pomeriggio Katia e Francesco, una coppia di amici ci hanno portati in canoa. Nelle Everglades.


Non è l'ostacolo a cambiarti la vita. È l'angolo da cui sei costretta a guardarlo.

Ti racconto tutto questo proprio oggi, e non è un caso.


Stanotte, in India, comincia Navratri.


Se non ne hai mai sentito parlare, è una delle feste più sentite della tradizione indiana e dura nove notti. Si celebra la Dea, cioè l'energia femminile nelle sue diverse forme, e ogni gruppo di giorni è dedicato a una di queste forme. Quest'anno va da stasera, domenica 11 ottobre, fino a lunedì 19.

Non è soltanto una festa. È un percorso, con una struttura precisa, che si ripete uguale ogni anno perché descrive una cosa che a noi succede di continuo.


E quando anni fa ho studiato quella struttura per la prima volta, ho avuto la sensazione di leggere il diario di quei tre giorni a Miami. Solo che qualcuno lo aveva già scritto, migliaia di anni prima di me.


Per questo oggi ti ho raccontato la mia storia: perché è la stessa strada, e in questi nove giorni la percorriamo insieme. Nel Cerchio, da stasera, le lezioni live seguiranno le tre fasi: prima lasciare andare, poi nutrire, poi comprendere.


Nove notti, tre fasi


Navratri significa letteralmente nove notti. Non nove giorni: notti. Già questo dice molto su cosa la tradizione considera importante.

I nove giorni sono divisi in tre gruppi da tre, e ognuno è dedicato a una forma del femminile divino.

I primi tre giorni: Durga. È la fase della distruzione. Si smantella ciò che non serve più: le abitudini, le identità vecchie, le storie che continuiamo a raccontarci su chi siamo. È la parte scomoda, ed è la prima per un motivo preciso.

I tre giorni centrali: Lakshmi. È la fase del nutrimento. Una volta fatto spazio, si coltiva. Abbondanza non significa avere di più: significa dare valore a quello che resta.

Gli ultimi tre giorni: Saraswati. È la fase della conoscenza. Solo adesso, su uno spazio ripulito e nutrito, può arrivare la comprensione. Non prima.


Perché si comincia distruggendo


Perché non si può costruire su un terreno pieno.

Noi facciamo sempre il contrario. Vogliamo prima la certezza, poi il coraggio di lasciare andare. Vogliamo sapere dove atterreremo prima di staccare i piedi.

Nella mia storia quel passaggio non l'ho scelto: me lo hanno imposto. E guarda la cosa strana: proprio perché non l'ho scelto, è successo in fretta. Tre giorni, non tre anni. Quando non puoi negoziare, smetti di trattare e cominci a guardarti intorno.


La fase in cui quasi tutte si fermano


Non è la prima a fermare le donne. È la seconda.

Lasciare andare, in un momento di slancio o di necessità, si riesce. Poi arrivano i giorni di mezzo: quelli in cui il vecchio

non c'è più e il nuovo non è ancora arrivato. Non succede niente di drammatico e non succede niente di bello. Si aspetta.

È lì che la maggior parte torna indietro. Non per mancanza di forza: per mancanza di compagnia.

Perché non si attraversa da sole


A me, in quei giorni, non è servito un piano. È servito qualcuno che mi riportasse nel presente.

Katia e Francesco non mi hanno dato consigli. Mi hanno portato a vedere quel momento difficile con un'altra prospettiva. E sull'acqua, con le braccia che remavano e la testa che finalmente stava zitta, ho smesso per un'ora di chiedermi dove sarei andata. Ero lì e basta.

È quello che fa una comunità: non risolve il tuo problema, ti riporta in te mentre lo attraversi. Per questo le tradizioni di trasformazione sono quasi tutte collettive. Il buio, da sole, dura di più.


Come vivere questi nove giorni senza cambiare vita


Non serve digiunare e non serve stravolgere le giornate. Serve una cosa sola: sapere in che fase sei.


Giorni 1, 2, 3. Scrivi una cosa sola che vuoi lasciare andare. Una, non cinque. Poi ogni sera, tre respiri, e rileggila.

Giorni 4, 5, 6. Non aggiungere niente di nuovo. Prenditi cura di quello che c'è: il corpo, il sonno, il cibo, le persone. Questa è la fase in cui ti verrà voglia di riempire il vuoto in fretta. Non farlo.

Giorni 7, 8, 9. Adesso scrivi cosa hai capito. Non cosa vuoi fare: cosa hai capito. La differenza è tutta lì.


Se ti va di fare questo lavoro guidata, invece che da sola, ci vediamo alle lezioni live di questa settimana.


Sull'acqua delle Everglades è arrivata una domanda diversa. Non più “dove posso restare”, ma “se non resto qui, dove vorrei andare?”


E parlando con loro, mentre remavamo, è successa la cosa che da sola non riuscivo a vedere. Non avere più una casa, un lavoro e un posto dove tornare non era solo una perdita.

Era la condizione esatta in cui eravamo liberi davvero.

Lo abbiamo detto ad alta voce lì, in mezzo all'acqua: potremmo fare il giro del mondo.

Così ho comprato uno zaino. E sono partita con il mio compagno.

Dovevamo stare via un anno. Siamo stati via nove mesi.

Non l'ho notato per anni. Nove notti, nove mesi. Tutto quello che sono oggi, Kalena compresa, è cominciato da un visto negato in una città che amavo.

Se stai attraversando la tua fase di mezzo, quella in cui il vecchio non c'è più e il nuovo non si vede ancora, quello che ti serve non è un altro corso. È un posto dove tornare ogni settimana e qualcuno che si accorga di te.


Nel Cerchio di Kalena ci sono le lezioni live settimanali, il tema del mese, i percorsi dei sei archetipi femminili e una chat dove non sei mai sola. Puoi provarlo gratis per 21 giorni con il piano trimestrale.



E dimmi nei commenti: in quale delle tre fasi ti trovi adesso?

Namasté

Elena, Kalena Yoga

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