Mezza pasticca di gratitudine
Ieri sera, a cena, non sono riuscita a essere grata di niente.
A casa nostra, a pranzo e a cena, facciamo un Om. E poi ognuno dice di cosa è grato. Lo facciamo per insegnare ai bambini la gratitudine, * e loro possono essere grati di qualsiasi cosa, io non suggerisco niente.
Ieri sera è toccato a me. E non mi veniva niente. Nemmeno il fatto che il papà avesse cucinato, perché io non stavo nemmeno mangiando, non avevo appetito. * Allora ho pianto, davanti a tutti, e l’ho detto: oggi io non riesco a essere grata di niente.
Io, che la gratitudine la insegno.
Una premessa: mentre scrivo sono ancora malata. Ogni asterisco che trovi, *, è un colpo di tosse.
Ero appena tornata da dieci giorni in Italia con i miei due bambini, dai miei genitori. C’era un matrimonio, c’erano i settant’anni di mio padre, e volevo stare con la mia famiglia. * Mio marito non era venuto: fa lo chef privato e aveva dei lavori qui a Ibiza. Per dieci giorni non ci siamo visti.
Sono tornata domenica 11. E da lì avevo quattro giorni. Quattro giorni con lui, prima che partisse per Miami. Per due mesi, forse quattro, di fila. * È la prima volta che stiamo così tanto lontani.
E io sono spaesata. Terrorizzata, a dire la verità. Un po’ ho paura che il nostro rapporto cambi. Un po’ ho l’ansia di come farò da sola con due bambini che hanno tantissima energia. * E un po’, semplicemente, mi mancherà. Perché lo amo tanto. Stiamo insieme da tredici anni, ci vogliamo molto bene, siamo un supporto l’uno per l’altra. Abbiamo una relazione sana, lunga, solida. Eppure una distanza così lunga spaventa anche me.
Sono ansiette normali, chiamiamole così. È giusto che arrivino, e io sono pronta ad affrontarle.
Quello per cui non ero pronta è stato il resto.
Mi sono ammalata. Io, che mangio bene, non bevo, faccio una vita regolare. Si era ammalato mio figlio e gli ero stata vicina, poi si era ammalato mio padre, poi c’era stato il volo con l’aria condizionata. E sono crollata. Il ciclo, il mal di testa, il catarro. La febbre, la nausea. * Non riuscivo a stare in piedi. Non riuscivo nemmeno a parlare, perché ogni volta che parlavo tossivo. Ero una chiavica.
Questi quattro giorni li avevo immaginati in un altro modo. Le ultime cose da fare insieme, iscrivere i bambini agli sport, ritagliarci dei momenti solo nostri, momenti d’amore.
Invece la spesa l’ha fatta lui. Ha riportato lui i bambini a scuola dopo dieci giorni di assenza, ha portato lui Leonardo alla sua prima lezione di arrampicata, li ha accompagnati e li è andati a prendere. E intanto mi ha fatto da infermiere.
E io ogni volta che lo vedevo piangevo. Perché non riuscivo a stare con lui. Perché poi non l’avrei visto per tanti mesi, e mi sarebbe mancato un sacco, e non sapevo come avrei fatto senza di lui. * Non riuscivo nemmeno a dargli un bacio senza tossirgli in faccia.
Sto piangendo anche adesso, mentre lo scrivo.
Quando manca la salute, manca tutto. Siamo fragili, emotivamente instabili da morire. Lo so benissimo che ci sono problemi molto, molto più grandi di questo, problemi di salute infinitamente più seri. Ma nella relatività della mia vita, questo è stato un imprevisto che mi ha messa KO. Mi sono sentita una merdina. Uno straccetto.
Ecco come sono arrivata a quella cena.
E il bello è che l’esercizio della gratitudine serve proprio a questo. Provare a essere grati anche quando non c’è un cavolo di cui essere grati. Perché se ti alleni quando sei nell’abbondanza, magari riesci a trovare una piccola cosa anche quando ti sembra di non avere niente. *
E io non ci riuscivo.
L’unica cosa che mi veniva in mente era che il papà era ancora a casa, che quella era l’ultima cena insieme. Ma non riuscivo a esserne grata, perché io non volevo che fosse l’ultima cena.
Poi ho pensato ai miei bambini. E di loro sono stata grata. Perché loro non mi faranno sentire sola. Averli è una benedizione. * E anche se il papà starà lontano, prendermi cura di loro sarà come prendermi cura ancora un po’ di Antonio. Perché siamo una squadra. Se lui va via per lavoro, io sto con i bambini. Sono le nostre mansioni, ed è giusto così. Ognuno si prende carico di quello che può.
Più tardi stavo così male che alla fine ho ceduto. Ho preso mezzo paracetamolo. *
Non volevo. Per me prendere una medicina è una sconfitta, va contro i miei principi: non prendere medicine se non sono necessarie. Ma erano quattro giorni che non miglioravo. E stamattina dovevo insegnare alle sei e mezza, poi accompagnarlo all’aeroporto, poi portare i bambini a scuola. E poi due mesi da sola. * Non potevo.
Ho ceduto.
E mi sono chiesta: forse sono proprio questi i casi in cui le medicine sono necessarie?
Forse devo mollare. Forse devo essere più flessibile con me stessa. Forse a volte va bene non essere super coerente, prendere il paracetamolo, non essere perfetta. Forse va bene tutto. *
Non devo essere perfetta. Non c’è niente che devo fare per forza, solo perché la mia testa se lo impone.
Il non attaccamento al risultato, l’accettazione: nelle grandi questioni della vita sono concetti che ho sdoganato, li so applicare e vivere. Ma nelle piccolezze come questa la mia mente non si stacca. Cade nelle trappole del pretendere troppo da me.
Credo sia stato questo.
Non so se c’è un finale positivo, di quelli che si scrivono negli articoli.
C’è che a metà notte mi sono svegliata e mi sembrava di avere i superpoteri. La testa non mi pulsava più, mi sentivo di nuovo in forze. *
Alle sei e mezza ho fatto la mia lezione. Niente di speciale. Mi ero preparata una meditazione, “La gratitudine per ciò che hai già”, e una breve pratica dedicata a Lakshmi, perché siamo nella seconda fase di Navaratri e volevo aprire il cuore.
E alla fine mi è rimasta una cosa semplice. Anche essere grati, scegliere di vedere l’abbondanza, è una scelta.
E oggi, per riuscire a sentirla, avevo bisogno di mezza pasticca.
Ti scrivo tutto questo per sapere se capita anche a te.
Ti senti a volte troppo carica delle tue stesse aspettative?
Sei radicata in principi che esistono solo dentro la tua testa?
Ti capita che tanti piccoli problemi, uno sopra l’altro, diventino un problema che sembra insormontabile?
Se anche solo una di queste domande ti ha fatto annuire,
Questa canzone è per te.
All’inizio la cantante, sussurrando, parla del passaggio da una sensazione di mancanza a una sensazione di pienezza: smettere di sentire che manca sempre qualcosa, e riconoscere che sei già intera, così come sei. Sei abbastanza, hai abbastanza e fai abbastanza.
(traduzione del testo)
[I sing like the birds,
I grow like the trees,
I choose to live in love,
I am joy I am ease.
Om Sri Laxmi Mahadevi Namaha
I choose no more fear,
I choose no more shame,
I choose to live in love,
I am light I am grace.
Om Sri Laxmi Mahadevi Namaha
(I walk softly on this earth in the light of God's name)



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